martedì 6 aprile 2010

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giovedì 25 marzo 2010

Il Circolo Pink ritira la querela per diffamazione e riceve dal quotidiano “Libero” 15.000 euro a titolo di risarcimento.


Comunicato stampa - Verona, 25 marzo 2010
È finalmente giunto a conclusione il procedimento, che ha visto imputati la giornalista Cristiana Lodi e l’ex direttore responsabile del quotidiano “Libero”, Alessandro Sallusti, denunciati dal Circo lo Pink, a seguito di un articolo offensivo e diffamatorio pubblicato da “Libero” nell’agosto del 2003. Nei giorni scorsi si è arrivati, con la mediazione dei legali (per il Circolo l’avvocato Stefano Zanini di Verona e Mirko Mazzali di Milano), ad un accordo, secondo il quale il quotidiano avrebbe versato 15.000 euro all’associazione veronese, la quale dal canto suo avrebbe ritirato la querela. All’accordo sono seguiti i fatti. Un risultato che il Circolo Pink, impegnato da venticinque anni sul territorio sia in attività di prevenzione, accoglienza e sostegno che in progetti culturali antidiscriminatori per l’accesso ai diritti di cittadinanza, ritiene importante dal punto di vista econom ico - per la sopravvivenza dell’associazione, che è autofinanziata - ma soprattutto dal punto di vista simbolico e politico. Nessuno potrà più permettersi di accostare impunemente le associazioni o le persone glbt all’odioso comportamento, che è anche un reato, denominato pedofilia.
La storia. La vicenda risale all’agosto del 2003, quando a Verona viene annunciata la visita del presidente Silvio Berlusconi, che avrebbe dovuto (tra l’altro) presenziare ad una rappresentazione areniana. Le manifestazioni di dissenso vennero organizzate e pubblicizzate per tempo, tanto che il presidente rinunciò all’opera in Arena, per timore del popolo dei fischietti. Venne comunque il giorno successivo, ad incontrare il cancelliere tedesco Schröeder e girò per la città, circondato da una folla di giornalisti e cineoperatori.In quell’occasione il presidente del Circolo Pink Gianni Zardini ricevette una telefonata da una giornalista, che si presentò come Anna Benedini de “La Voce di Mantova”. La giornalista chiese un’intervista, che le fu concessa, sulle iniziative di protesta per l’arrivo di Berlusconi, visto che il Circolo Pink figurava tra i promotori.Il giorno successivo, 22 agosto 2003 esce, sul quotidiano “Libero”, un lungo articolo a firma di Cristiana Lodi, in cui il Circolo Pink viene definito “calderone di lesbiche, gay, transessuali ma anche circolo con un occhio di riguardo ai pedofili. La scritta all’ingresso di via Scrimiari numero 7 (fatta con il pennarello nera, proprio a cento metri da un asilo infantile) lo spiega bene: ‘I gay, gli omosessuali, i pedofili, le lesbiche sanno arrangiarsi. Evviva’”. La scritta, riportata tra l’altro in maniera inesatta, realizzata con un pennarello nero su uno degli scalini che portano all’entrata della sede del Circolo, era ed è rimasta di mano ignota. Poiché risultava e risulta evidente, come del resto hanno sottolineato più volte i magistrati del tribunale di Monza che hanno seguito il procedimento, che l’articolo intendeva non solo offendere i soci e le socie del Circolo ma “in generare – la citazione è ricavata dalla richiesta di rinvio a giudizio – nel lettore, attraverso le predette frasi e le modalità con cui è stato redatto l’articolo, la convinzione che il Circolo Pink abbia inclinazioni pedofile ed “un occhio di riguardo” verso i pedofili stessi”, il Circolo sporse querela per diffamazione verso la giornalista e l’allora direttore di “Libero”. Il rinvio a giudizio dei due imputati, in data 9 aprile 2008, diede inizio ad una serie di udienze, culminate con l’accordo di cui sopra, il ritiro della querela e il versamento della somma fissata a titolo di risarcimento.Dal canto suo, il direttore del quotidiano di Mantova, contattato per avere notizie sulla giornalista Anna Benedini, negava che vi fosse alcuna Anna Benedini fra i propri cronisti. Conosceva invece la sig.ra Lodi come una collaboratrice occasionale del quotidiano, peraltro non inviata a Verona poiché “La Voce di Mantova” non si occupa di fatti al di fuori della provincia.

Sul sito del circolo pink - http://www.circolopink.it trovate tutti i documenti sui fatti successi.

Honduras: atroce strategia contro gli oppositori


La denuncia proviene da fonte non sospetta: la Commissione Interamericana per i Diritti Umani. Sui media internazionali, però, è passata quasi inosservata perché gran parte dello spazio era dedicato agli scioperi della fame dei dissidenti cubani. "La Commissione osserva con costernazione che si starebbe assassinando, sequestrando, aggredendo e minacciando i figli dei dirigenti del Frente de Resistencia, come strategia per farli tacere - afferma l'ultimo rapporto sulla situazione in Honduras - Il 17 febbraio 2010 Dara Gudiel, 17 anni, venne trovata impiccata nella città di Danlí, dipartimento di Paraíso. Dara Gudiel era figlia del giornalista Enrique Gudiel, che dirige un programma radiofonico intitolato Siempre al Frente con el Frente, nel quale si trasmettono informazioni sulla resistenza. Giorni prima Dara Gudiel era stata liberata, dopo essere stata sequestrata per due giorni durante i quali sarebbe stata maltrattata fisicamente". E il documento prosegue raccontando del sequestro di cinque membri di una stessa famiglia di militanti della resistenza, da parte di sette uomini vestiti con uniformi militari e con il volto coperto da passamontagna. "Una delle persone sequestrate era una giovane che aveva denunciato, nell'agosto del 2009, di essere stata violentata da quattro poliziotti che l'avevano arrestata in una manifestazione contro il colpo di Stato del 28 giugno. Il 9 febbraio gli uomini armati intercettarono un veicolo in cui viaggiava la giovane insieme al fratello, alla sorella e ad altre due persone. Quando vennero loro offerte le chiavi dell'automobile, risposero che quello che volevano era la ragazza, per vedere se questa volta li denunciava. I cinque furono obbligati a camminare verso una zona montagnosa, dove due delle donne furono stuprate, la terza rapinata e minacciata di morte e i due uomini furono torturati". Gli squadroni della morte sembrano dunque aver escogitato un nuovo, atroce sistema di seminare il terrore: colpire i figli per indurre gli oppositori al silenzio. Questo non significa che abbiano rinunciato ai crimini "classici". Il 14 marzo, mentre a La Esperanza (dipartimento di Intibucá), i delegati delle diverse organizzazioni sociali e politiche della resistenza concludevano il II Encuentro Nacional por la Refundación de Honduras, il giornalista Nahum Palacios veniva ucciso da ignoti killer. Direttore della tv Canal 5 di Aguán, Palacios si era opposto con forza al golpe del 28 giugno e per questo era stato più volte minacciato di morte. Recentemente aveva svolto un reportage sulla lotta del Movimiento Unificado Campesino del Aguán contro i latifondisti, testimoniando la falsità delle voci sulla nascita di una guerriglia nella zona, messe in giro per giustificare la repressione. L'attuale presidenza di Porfirio Lobo si pone in sostanziale continuità con il regime di Micheletti (ora parlamentare a vita): il generale golpista Romeo Vázquez ha assunto la direzione dell'Empresa Hondureña de Telecomunicaciones, mentre ministro per la Sicurezza è stato designato Oscar Alvarez, che aveva guidato lo stesso dicastero durante il mandato di Ricardo Maduro (2002-2006), epoca in cui gruppi paramilitari si incaricavano della limpieza social contro le bande giovanili. Difficile parlare di ristabilimento della democrazia e di rispetto dei diritti umani: eppure per il governo Lobo si avvicina la fine dell'isolamento internazionale. Il 5 marzo, in concomitanza con un viaggio in Centro America della segretaria di Stato Usa Hillary Clinton, i presidenti del Guatemala, Alvaro Colom, e del Salvador, Mauricio Funes, hanno accettato "l'immediato reintegro" dell'Honduras nel Sica, il Sistema de la Integración Centroamericana, e si sono impegnati a sostenere il suo rientro nell'Oea: una posizione condivisa dagli altri paesi della regione, compreso il Nicaragua di Daniel Ortega. Qualche ora più tardi Funes veniva ricevuto da Obama alla Casa Bianca e dopo il colloquio plaudiva al ripristino da parte statunitense degli aiuti finanziari a Tegucigalpa. (15/3/2010)

http://www.latinoamerica-online.it/

Nell'Argentina che non dimentica

di Stella Spinelli
www.peacereporter.net

Mentre si celebra il giorno della Memoria, viene arrestato un altro carceriere dell'Esma. E fra fiaccole e striscioni si denunciano anche i complici civili dei dittatori
Più di seicento delitti di lesa umanità compiuti nella famigerata Esma, la Scuola meccanica dell'Armata che durante la dittatura (1976 - 1983) era usata quale carcere clandestino, teatro di orrori e delitti. Questa la pesante colpa che come se niente fosse Carlos Galián, ex soldato della marina, ha nascosto per trenta lunghi anni, conducendo in piena libertà una vita tranquilla e beata. Ma ogni nodo viene al pettine e finalmente, nell'Argentina che non dimentica, il giudice Sergio Torres ne ha ordinato la cattura. Conosciuto con lo pseudonimo di Pedro Bolita, era uno degli uomini più spietati di quella prigione della morte. Nonostante fosse un semplice sottufficiale, era fedele braccio destro dei repressori al comando del lager. A lui spettò il compito di piombare in piena notte in casa di centinaia e centinaia di giovani cosiddetti 'sovversivi', prelevarli con la forza e farli sparire per sempre, cancellarli dalla vita di madri, padri, familiari. Sì, perché una volta entrati all'Esma difficilmente si usciva vivi. E la morte arrivava lenta e dolorosa. Torture, fisiche e psicologiche in lunghe e devastanti giornate senza il minimo rispetto di nessun diritto umano. Nessuno. E infine la morte, che avveniva nei più macabri modi, per poi disfarsi dei cadaveri attraverso voli radenti sul rio della Plata.

Grazie alla spietata freddezza e alla crudeltà con cui Pedro Bolita era solito lavorare fianco a fianco a Pedro Morrón e i due erano così ligi nell'eseguire gli ordini degli aguzzini, che tutte le guardie che si sono succedute in quella Scuola del terrore sono state poi chiamate Los Pedros. In loro onore. In onore di quella disumanità unica. I pochi sopravvissuti dell'Esma lo raccontano, ancora, rabbrividendo. Ma Pedro Bolita ha fatto anche altro. Era il responsabile della custodia delle donne incinta sotto sequestro. E c'è chi lo ha indicato come colui che strappava i figli appena nati dalle braccia delle loro madri per consegnarli in adozione a famiglie fedeli al regime. Sono decine e decine i neonati ad aver avuto questa sorte. E le Abuelas de Plaza de Mayo ne sanno qualcosa. Le madri, poi, venivano chiaramente fatte sparire: desaparecidas, come altre 30mila persone. È questa infatti la cifra delle vittime della dittatura argentina che gli organismi in difesa dei diritti umani diffondono come ben più realistica rispetto alle 18mila dei calcoli ufficiali.

E il caso Esma è fra i più raccapriccianti di quegli anni bui: essere considerato il più grande carcere illegale di un continente la cui storia recente è zeppa di dittature e repressione la dice lunga. Da lì sono passati circa cinquemila sequestrati fra il 1977 e il 1981, tanto che è stato eletto quale luogo ideale per il museo della memoria, il posto in cui non dimenticare affinché niente di tutto questo si ripeta.
In Argentina, solo grazie all'abolizione delle leggi di Obediencia Debida e del Punto Final, le cosiddette leggi del perdono, avvenuta nel 2003 si sono potuti perseguire i responsabili, ossia quelle migliaia di repressori che fino a quel momento avevano vissuto impuniti e senza cambiare di una virgola la propria vita. Ognuno di loro è finalmente chiamato proprio in questi giorni a sedersi alla sbarra, con addosso gli occhi attenti e severi del mondo. Il processo pubblico è infatti iniziato giovedì 18, a pochi giorni dal Giorno della memoria per la verità e la giustizia, che viene celebrato oggi, 24 marzo. Tante le celebrazioni, in memoria degli scomparsi della dittatura, e tante anche le denunce e le richieste di chiarezza per un altro caso che la dice lunga sul grado di riconciliazione raggiunto dagli argentini: Julio López, testimone nel processo a Miguel Etchecolatz, ex commissario di Buenos Aires condannato poi all'ergastolo, è sparito proprio nel giorno in cui doveva essere ascoltato dall'accusa. Era il 18 settembre 2006. Da allora il nulla, tanto che è stato dichiarato primo desaparecido della repubblica.

L'Argentina ha ancora tanto da fare prima di ricreare una società unità e serena nell'approccio con un passato tanto pesante quanto fresco. I carnefici di un tempo sono ancora vivi e i complici più che vegeti, anche nella società civile. È di ieri sera la protesta di Organizzazioni dei diritti umani e sociali davanti alla sede del Gruppo Clarin, azienda leader nel settore della comunicazione di massa. Con fiaccole e striscioni i manifestanti hanno voluto denunciare i continui ostacoli che la direttrice generale di questo impero mediatico, Ernestina Herrera de Noble, sta disseminando per sviare le ricerche sulla reale identità dei suoi due figli adottivi. Troppe coincidenze fanno presupporre alle Abuelas che si tratti di due di quei bambini strappati alle madri sequestrate durante il regime. Una protesta corale dunque contro quelli che vengono definiti complici civili dei repressori. È noto che la direzione del Clarin strinse un patto con il dittatore Jorge Rafael Videla, che in cambio consegnò a Clarin e La Nacion l'impresa Papel Prensa che tutt'oggi posseggono.

Finora, sono quattro i processi su cause riaperte dopo il 2003 e nei tre già conclusi sono stati condannati l'ex poliziotto Julio, detto el turco Julián Simon, Miguel Etchecolatz, e l'ex cappellano militare Christian Von Wernich. Giovedì si è invece seduto sul banco dei testimoni l'ex prefetto Hector Febres, detto Selva proprio perché racchiudeva in sé tutto l'essere selvaggio proprio delle belve. A denunciarlo, alcuni dei pochi sopravvissuti: Carlos Lordkipanidse, Carlos García, Josefa Prada de Olivieri e Alfredo Margari. Le accuse sono infatti di averli sequestrati e torturati. E chissà quanti altri come loro.
Oltre a questo primo processo contro un membro dell'Esma, c'è una cinquantina di aguzzini in attesa di giudizio, perché già processati. Giudizio che è continuamente rimandato. E il timore è che accada lo stesso nel procedimento dell'Esma, diventando 'senza fine'. Gli imputati sono tutte persone anziane e in quanto tali gli appigli per rinviare all'infinito le udienze non mancano.

mercoledì 24 marzo 2010

La memoria del 24 marzo...


66° anniversario del massacro delle Fosse Ardeatine.
Il 24 marzo del 1944 trecentotrentacinque persone, tra civili e militari italiani, vennero massacrati alle Fosse Ardeatine dalle truppe di occupazione della Germania nazista. L'eccidio era un atto di rappresaglia all'attacco partigiano contro le truppe tedesche avvenuto il giorno prima in via Rasella che portò alla morte di 32 militari. Il comando nazista decise di fucilare 10 ostaggi per ogni tedesco ucciso.






34° anniversario del Golpe in Argentina. Nì olvido, nì perdòn!

Il 24 marzo 1976, meno di tre anni dopo il golpe di Pinochet in Cile, i militari guidati dall'ammiraglio Massera (affiliato alla P2, come Berlusconi) e da altri boia come Videla, Agosti, Galtieri e moltri altri, presero il potere ed instaurarono un regime di feroce repressione. Un sistema di terrorismo di Stato che provocò migliaia di morti e 30.000 desaparecidos. Una dittatura anche economica che favorì il liberismo più sfrenato ed i cui effetti sul paese si vedono ancora oggi.


11° anniversario della guerra Nato contro la Jugoslavia.

Dieci anni fa, il 24 marzo 1999, iniziavano i bombardamenti Nato contro la Jugoslavia. Durarono per 78 giorni, in assoluta violazione della Carta dell'Onu. Fu un sanguinoso vulnus del diritto internazionale. Il governo italiano guidato da Massimo D'Alema vi partecipò attivamente, aprendo la stagione delle guerre «umanitarie». Molto spesso vennero utilizzate nei raid aerei le micidiali cluster bom - bombe a frammentazione e il totale delle vittime dirette degli effetti collaterali fu di circa 500 morti, tra civili serbi e albanesi, con più di seimila feriti. Senza considerare gli effetti sulla salute, sul medio-lungo periodo, dei proiettili e dei missili all'uranio impoverito utilizzati.